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Capalbio, gennaio 2006
Capalbio, 2005: io arrivo ridente raccolto in ambasceria. Ci credo.
Stavano là, dove un tempo stava una città murata, elevata
sulla maremma malsana. Li ho raggiunti credendo, nella speranza.
Ma Sana era quella maremma di un tempo, e murata non era per i dolci anelli
di guardia ove lo sguardo fissava d’ogni lato l’infinito.
Ma murata è questa, Capalbio di oggi, murata chiusa da gretti e
avidi lucertoloni che la percorrono estranei, come anfrattati estranei,
spodestatori suadenti di popolo allettato e ammiccante, e disperato, e
pentito, e clandestino.
Capalbio, testa canuta: c’è da far venire i capelli bianchi
ai riccioli rigogliosi dei giovanetti in festa, e poi calvi, in tre decimi
di secondo.
Collacchioni riciclati caracollano verso un mare innocente luminoso e
offeso.
La battaglia di Magenta, intanto, si perde nelle notti in una piazzetta
che soffre d’offesa radicalché.
Si frangono i frantoi disorientati, contro scogli (per fortuna) sopravvissuti
in culi in aria, una cucina giusta, eroica, tenace e pervicace in memoria
dei tempi inalienabili dei veri sapori.
Ma tutto il resto, vecchie aringole affumicate, dove l’avete riposto,
dopo averlo avvinghiato?
Vi amo, fantasimi sommessi che imperturbabili, filosofeggiati dagli eventi,
spuntate qua e là con le antiche e sagge verità: benzinaio,
giornalaia, barista, cestaio, cacciatore, uccellatore, sacrestano, carabiniere,
postino, ex cittadino, cameriere, emigrante oltre l’ultima curva
della strada, bagnino bene, e tu e Lei della bruschetta credente del Pozzo.
Oppure tu, o lei, immemori transfughi da Roma, estatici e incantati incartando
la vostra solitudine.
Nicky, avevi ragioni e ne avrai di ragioni per sempre: li hai stampati
di plastiche e aggeggi multicolori dentro e fuori sormontando monumenti
arborei con i tuoi deliziosi e giudicanti Tarocchi.
Attenti, si preannunciano -ed è chiaro- il mondo Taroccato dei
Lieti Invasori di Capalbio.
A non rivederci direi, se non ci fosse un luccichio inesauribile, luminoso
e inestinguibile di chi ti ama davvero, e in silenzio, ridente, lì
vive, va, torna e canta con gli occhi, invulnerabile, sussurrando senza
bisogno di voce:
Non ti curar di lor, ma guarda e passa
Viva Puccini, abbasso i piccini!
A PROPOSITO DELLA PRESENZA
DELL’ARTE
AL MULINO VECCHIO DI BELLINZAGO, settembre 2003
Impressioni e pensieri del pittore Daniele Oppi
La questione del rapporto tra l’artista e il suo tempo è
alla base della
creatività e dell’opera conseguente.
L’opera che si disvela giudica essa stessa l’artista e non
solo: l’opera
d’arte apre un processo “giudiziario” verso ogni persona
che la incontrerà.
Un processo molto imparziale, perché il dipinto, la scultura (o
altra
apparizione d’arte) emanerà la sentenza dall’interno
sensoriale e reattivo
della persona che ha “visto”, la quale dichiarerà (e
svelerà) sé stessa
esternando il suo giudizio sull’opera osservata.
Anche l’arte contemporanea, sensitiva come in ogni epoca, traccia
segnali
che riverberano le buone e le cattive storie della storia dell’umanità.
Le cattive storie di oggi sono inquietanti come sempre sono state cattive
quelle del passato.
Tuttavia oggi il disagio e l’inquietudine sono più subliminali,
più
intrecciate, tra le reazioni complesse individuali e le linee di reazione
delle collettività.
Con l’avvento della comunicazione globale tanti scenari e tanti
teatri di
avvenimenti che si svolgono altrove irrompono nella vita di ciascuno
mostrando simultaneamente (e in contemporanea) diversissime piaghe e
disparati fenomeni un tempo estranei e remoti, quando ogni comunità
viveva
le proprie incognite, felicità o sciagure, stragi o cataclismi,
all’insaputa
delle altre.
Questa maggiore, frastornante massa di informazioni e visioni colpisce
soprattutto la parte più ricca e tecnologicamente avanzata del
pianeta,
generando timori e frustrazioni individuali in questa parte del mondo
che
peraltro rappresenta solo meno di un quarto della popolazione mondiale.
Qual’è la nostra reazione? Ansiosa preoccupazione per le
degenerazioni
ambientali, autocritica mal celata per le insoddisfazioni circa il modello
di vita sociale, sensazione di non possedere una formula eccellente e
risolutoria per affrontare i problemi incombenti. Impotenza. Ma a ciò
si
risponde con la ribellione, tra cui si configura naturalmente la ricerca
della felicità spesso intesa come evasione.
Si possono riscontrare nelle espressioni dell’arte contemporanea
le stesse
pulsioni, tramutate comunque in simboli, grida, metafore, segni e colori?
Certamente sì.
E le società che detengono la parte assolutamente preponderante
del potere
economico, e in cui più lancinanti sono i segni di contraddizione
e di
disparità circa la giustizia sociale, vedono come salvifici alcuni
traguardi
obiettivamente effimeri, come la competizione attorno a valori materiali,
il
consumismo come appagamento sostituivo al sentimento, l’evasione
verso mete
di vacanza e tempo libero distaccate in modo drastico dall’armonia
esistenziale.
Ecco perché questo Mulino Vecchio di Bellinzago rappresenta a va
vissuto
come segnale di differenza, dove si può trovare il luogo dove ritrovare
sé
stessi, gli affetti famigliari e le amicizie nella semplicità;
non un’oasi a
parte da sognare, ma uno spazio ritrovato di contatto autentico “essere
umano-natura”.
Ve ne è bisogno di posti come questo, e non di ancora più
numerose palestre
di meditazione come fossero fitness club in chiave newage.
Ecco l’acqua che qui testimonia tutta la nostra indistruttibile
fiducia e
speranza nell’esempio che ci dà, ed ecco gli ambienti interni,
la “fabbrica
della farina”, base sacra del pane e del suo immenso valore di
bene-alimento.
Riparto dal Mulino, venendo dalla terra e dall’acqua dello scomparso
Mulino
del Guado sull’altra sponda di acque del Ticino (il Naviglio Grande
a
Robecchetto) con il cuore rafforzato nella certezza che occorre sì
vigilare,
ma anche trasmettere il tam tam positivo che vale la pena di affermare
in
pratica con un modello di vita da preservare in noi stessi e attorno a
noi.
Mostra al Comune di
Robecchetto - Palazzo Fagnani Arese - 1997
il Guado conosce ormai
i miei passi da ventotto anni, le mani sui gerani, le carezze ai gatti
e qualche parola furtiva ai cani.
Gli alberi si sono rivelati, aumentando i ricami contro i cieli e nelle
acque. Gli alberi segnano e gestiscono le stagioni, avvicendando il significato
della terra e indicando in avanti la morte e la vita.
I miei simili brulicano nelle tribolazioni, nelle felicità, in pace e
in guerra con la vita già a partire da Induno, e poi a Malvaglio e poi
ancora a Robecchetto e io, insieme ai miei cari, guardo verso di loro
come in un susseguirsi di tele da interrogare, compiere.
In questi anni mi è mancato il padre, se ne sono andati dieci compagni
importanti per me e sono arrivati due nuovi figli e tre nipoti.
Questi sono gli ultimi visitatori tra i più misteriosi ed esaltanti
la mia piccola fantasia di uomo della vallata.
Ho un desiderio irrefrenabile di catalogazione, un sistematico sogno di
scavo nel passato senza rimpianti o nostalgie: solo la voglia di sorridere
con il tempo che ha accumulato attorno a me una fantastica serie di eventi,
opere, accadimenti, interessi e vite intrecciate, unite disgiunte accavallate.
Lobiettivo di queste incursioni verso il passato è quello
di accumulare energie, alimentarmi di forze nuove, di trovare astrolabi,
sestanti, bussole per i passi da oggi (da ogni oggi) a domani, verso una
infinità di domani possibili.
Il Guado conosce anche, spiandoli benevolmente, i miei passi verso le
carte chiuse negli armadi, i libri ordinati negli scaffali e sussulta
laria rarefatta degli studi mentre visito stupito e curioso le mie
anatomie della memoria.
Ho sempre amato quella frase stampata sul mondo, dal Goya: Il sonno
della ragione genera mostri e, mentre a fatica mi convincevo che
fosse giunta lora per una mia mostra nel mio comune adottivo, qui
a Robecchetto, ho sorriso in un solo attimo ripetendo la frase e, per
gioco la mutavo in: Il sonno della ragione genera mostre.
Ho trovato così il titolo di questa capitolazione personale verso
gli altri, che sempre ha caratterizzato la mia dolce riluttanza ad esporre.
Dolce come una medicina amara che la mamma ti porgeva sul cucchiaio con
una zolletta di zucchero, ma che in fondo tu sapevi che ti avrebbe fatto
bene, e forse guarito.
Riprendo, per questa mostra irragionevole, nel sonno della ragione, la
mia personale testata giornalistica lo spazio delle cose per
un collage sicuramente un po oscuro al lettore, per il riaffiorare
inconsulto di citazioni e incitazioni.
Una specie di mostra di carta per frattali e frammenti in similitudine
con le mie intenzioni del dipingere. Vorrei più tempo per fotocopiare
fra meridiani e paralleli un anello compiuto ed equidistante come lipotetico
e misterioso luogo dellequatore.
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