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Un protagonista nelletà del modernismo
Daniele Oppi, surrealista
opere dal 1948 al 1970
Il redivivo Robert Hughes, critico darte e scrittore di rinomanza
internazionale, sopravvissuto a un incidente dauto nel deserto australiano
che gli procurò fratture multiple, torna su Time magazine, senza ipocrisie
e convenienze, a trattare dellarte contemporanea, in buonacompagnia
con Marc Funaroli, Jean Clair ed Ernest Gombrich per il quale la grande
pittura è finita con la scomparsa degli artisti nati nel secolo
XIX°, considerazione analoga, nel campo della letteratura, a quella del
filologo Cesare Segre. Hughes, visitando la mostra 1900. Art at the Crossroads
al Guggenheim Museum di New York City, rileva che in quegli anni il mondo
artistico era più tollerante, non pervasiva la nozione di avanguardia.
Il trascorrere del tempo rende obsoleto mode, costumi, tendenze estetiche.
Carolus-Duran, Zorn, Sorolla, Vrubel, Toorop allora ricompensati con premi,
fama e denaro, sono stati offuscati da Cézanne, Matisse, Picasso,
Malevich, Beckmann, Rauschenberg.
Tra cento anni le sculture di Jeff Koons e i cadaveri di animale di Damien
Hirst spariranno nel dimenticatoio. Memento mori, la campana suonerà anche
per loro. Che dire della rinascita dellAccademia dalle sue ceneri?
Richard Horphet, curatore della National Gallery di Londra, ha invitato
ventiquattro artisti tra cui gli eccellenti Bill Viola, David Hockney,
Antoni Tapies, a scegliere una pittura del passato conservata nel Museo
per trarne motivo di ispirazione nel progettare una nuova. Siamo ritornati
alla copia rivisitata secondo la visione postmoderna. Apprezzabile e sincera
la dichiarazione di Viola, non credo nelloriginalità, tutti
prendiamo a prestito, la creatività è contagiosa.
E venuto meno lapproccio storicistico allopera darte.
Ma la necessità di nuove interpretazioni non deve soggiacere alla
melassa di accostamenti cervellotici, basati su sensazioni, come negli
allestimenti tematici, davvero deprimenti, della Tate Modern di Londra.
Laccostamento grottesco di Monet con Long deprime le due opere esposte.
Peggio, i busti di Matisse di fronte ai disegni di nudo di Marlene Dumas,
conosciuta soltanto dalla lobby istituzionale anglo-americana.
Approccio e simbiosi innovate sono invece suggerite dallo storico dellarte
Michael Baxaudall in Forme dellintenzione (Einaudi) che opta per
una associazione di teoria e critica, bilanciando le due letture, il contesto
storico del passato con lottica più complessa del presente,
non limitandosi a una relazione diretta tra oggetto pittorico e società
(influenza di moda e costume, committenza).
Il quasi totale azzeramento da parte del postmoderno di artisti del passato
fuori del circuito del mercato, è toccato in Italia ad artisti
nati tra il 1920 e il 1935, influenzati nel secondo dopoguerra da Picasso,
cubismo, informale. Generazione quasi dimenticata, con qualche eccezione
nel campo della scultura. Sorte analoga agli esponenti del terzo surrealismo
italiano, dopo De Chirico e Savinio, tra i quali il più significativo,
assieme a Baj, è Daniele Oppi, di cui presentiamo una selezione
di opere storiche. NellInterpretazione dei sogni
di Freud viene analizzato luniverso mitologico dellinconscio,
come lo definì il padre della psicanalisi, con anticipazioni nel disvelamento
delle trame della realtà, sottofondo numinoso illuminato dal
Goya de Il sonno della ragione genera i mostri e poi da Piranesi,
Victor Hugo, Redon, Bocklin, Klee, fino a sfociare in quel movimento di
risonanza mondiale che il poeta Apollinaire chiamò surrealismo.
Risonanza universale, con leccezione dellarte italiana marginalmente
influenzata, opera del gruppo francese di anteguerra, Matta, Tanguy, Max
Ernst, Masson, Duchamp che si ritrovò a New York durante il secondo
conflitto mondiale e al quale è debitore lespressionismo
astratto americano. Arturo Schwartz, nella mostra sul surrealismo del
7 giugno - 30 settembre 1989, a Palazzo Reale di Milano, include nella
terza stagione del movimento (1945-1966) tra gli italiani Enrico Baj,
Bona (Tibertelli De Pisis), Ugo Sterpini, Fabio De Santis e Guido Biasi.
Appartiene a pieno titolo alla poetica surrealista Daniele Oppi, sebbene
non incluso nella rassegna. Personalità inquieta, del tutto aliena alle
influenze della moda, dalla esperienza umana e intellettuale di molteplici
curiosità, oltre che pittore opera nel settore della comunicazione, si
accosta alla tematica surrealista dopo una giovinezza influenzata dallespressionismo
di Franz Marc e dalle crocefissioni di Rouault. Linconscio di Oppi
si esprime visivamente con le infernali associazioni di oggetti
smembrati, cascami della civiltà industriale e del consumismo, che trovano
contrapposizioni angeliche nellapparizione della nave,
una specie di arca di Noè, o dellagnello, simbolo di una
natura innocente sacrificata a una natura impazzita. Lo smembramento delle
forme, dal mondo geometrico ai frattali, reso ora con campiture chiare,
ora accese, alternanza di barocco caldo e (freddo) viene composto entro
un reticolo di segni. La mano non si abbandona mai al puro gesto: la rigorosità
del disegno conferisce ordine allassociazione di immagini, speculari
allodierno modo di produrre e consumare, il colore non è
mai fluttuante o a macchie. Surrealismo che lo differenzia per rigore
formale dagli artisti doltralpe, con un sapore di classicità
così estranea allomologazione dellarte contemporanea
ufficiale.
Franco Floreanini -2005
Paisatges
de l'ànima
Paesaggi dell'animo 2
Un vero artista è sempre se stesso, riconoscibile come tale; ma
nel contempo sempre in evoluzione, non mai ripetitivo, e capace di arricchirsi
con nuove esperienze. La fisionomia di Daniele Oppi, come noi la ricapitoliamo
mettendo le sue opere in sequenza cronologica, è sempre caratterizzata
da un dinamismo prepotente, che sta di continuo tra il drammatico e il
beffardo; e che appare difficile definire se di tipo astratto o piuttosto
figurativo, La figurazione è riconoscibile nel senso che ogni sua
opera sembra narrare uno specifico evento; addirittura un episodio romanzesco,
il quale documenta, un continuo impeto fantastico in collegamento con
quello che lo precede e quello che lo segue. Ma la formula stilistica
è permeata delle emozionanti -ed emozionate- esperienze proprie
delle scuole che si sono succedute nell’arco dell'ultimo secolo;
una formula la quale va oltre ogni definizione di tipo narrativo. E qui
interviene la passione per una ricerca stilistica ricca di variazioni
dinamiche, seguendo la quale nel percorso degli anni ci rendiamo conto
di quanto l'artista sia in grado di modificare via via la propria fisionomia
espressiva, pur rimanendo sempre se stesso.
La raccolta qui presentata riguarda una parte dell'ultima produzione di
Oppi, non dunque quella formativa: a partire da qualche esemplare degli
anni Ottanta, ma soprattutto dal 1990, sino allo sbocco del nuovo secolo;
le ultime opere che si espongono qui sono del 2005 e risultano incompiute.
Nella coerenza espressiva mai messa da parte possiamo comunque identificare
una vivace e variata evoluzione; negli anni Ottanta la pennellata appare
luminosa e leggera; ma subito dopo la predilezione va verso timbri più
densi, dove il geometrismo di base si fa più convulso. Seguono,
nel corso degli anni Novanta, dei turbini via via sempre più caldi,
mentre la raffigurazione diviene in qualche modo narrativa, con la presenza
di personaggi identificabili in quanto tali: e compaiono tematiche ispirate
alle novità tecnologiche.
Viene spontaneo concludere che Oppi può essere considerato un singolare
e originale erede del Futurismo; certo in un mondo cambiato, variamente
evoluto e così via: ma il ritmo dinamico, il vivace taglio compositivo,
l'incrocio tra le presenze vegetali e i meccanismi tecnologici testimoniano
ancora una volta le affinità e la convivenza tra i vari campi del
sapere e le varie manifestazioni dell'essere.
Rossana Bossaglia - 2006
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| Larte vuole
irrealtà visibili
Ogni volta che mi capita di incontrare Daniele Oppi (lo faccio ormai da
un bel po di anni), appena lo sento discutere, animarsi, appassionarsi,
mi torna in mente unosservazione, carica di sottile ironia, che
già sette secoli fa linglese Geoffrey Chaucer aveva affidato ai
suoi Racconti di Canterbury, quando aveva suggerito che si può essere
curiosissimi, tranne dei segreti di Dio e di quelli della propria
moglie. Ecco: credo davvero che la molla segreta, lo stimolo inesausto,
lo slancio vitale dellamico Oppi abbia sempre avuto il segno, entusiastico
e intrigante, della curiosità, che ancora oggi è il fertile
Leitmotiv delle sue operose giornate.
Basta andarlo a trovare, in quella singolare casa-studio di Robecchetto,
dove il Naviglio si insinua con le proprie acque placide fra il verde
molle della campagna, per verificare come Oppi vive, opera, progetta,
crea, realizza, in unalternativa incessante, dove lartista
si fonde (o confonde) con lartigiano: e viceversa, la bottega artigianale,
dal nome agreste Il Raccolto, si affianca, anzi convive con
latelier, squisitamente artistico, ingombro di tavole,
di tele, di disegni, di collages.
E Oppi, che sa nascondere bene le radici antiche, tiene in
accorto equilibrio queste sue doti, o virtù, che lo rendono
solidamente pragmatico agli occhi di certi colleghi senzarte
nè parte, e altrettanto felicemente idealista sul piano professionale
e delle cosiddette committenze.
Certo, non ho alcuna competenza di critico; ma possiedo anchio (non
fosse che per eredità familiare) una sufficiente sensibilità, per avvertire
che nella serie delle opere, che Oppi espone allUmanitaria, cè
la conferma, eloquente e suggestiva, di unaltra delle verità,
imparate da quel fantastico rabdomante di Jorge Luis Borges. Larte
vuol sempre irrealtà visibili ha scritto in una pagina di Altre
inquisizioni; e basta soffermarsi su qualcuno dei temi, che
modulano il racconto pittorico di Oppi, per verificare, nellintreccio
disegnativo e cromatico, levidenza, o almeno la trasparenza, di
queste irrealtà visibili, di cui Oppi intende trasmetterci
almeno unemozione, o addirittura uno shock!
Non mi interessa se, poi, qualche scettico borioso arriccia il naso, magari
perché non trova (o non è capace di scorgere) i simboli, le metafore,
gli omaggi, di cui Oppi non è mai avaro.
A me è sufficiente cogliere, come simbolico filo rosso, la sua curiosità,
sempre allerta e cercante, ansiosa di lasciare almeno un segno fra
i tanti, troppi, Grilli Parlanti, Tartufi e Sepolcri Imbiancati, che ci
appestano e ci infestano.
Arturo Colombo 2000
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| Il
mondo in un quadro
Se guardiamo con attenzione i quadri astratti di Daniele Oppi,
vi scorgiamo degli insospettati elementi di figuratività che conferiscono
al dipinto significatività che va al di là di quella, puramente estetica,
del segno considerato in sè stesso.
Tali elementi si collocano tuttavia in un contesto che non è quello dell'ordinario
spazio fisico tridimensionale, teatro della rappresentazione
naturalistica, bensì in quello dell'interiorità, della mente e del cuore,
più congeniale ad un'urgenza espressiva e narrativa del tutto svincolata
da ogni preoccupazione mimetica.
L'apparente configurazione astratta è in realtà la rappresentazione pittorica
di un'ingarbugliata complessità discorsiva formulata in un personalissimo
codice simbolico che solo l'artista possiede compiutamente, ma di cui
ognuno può liberamente disporre in modo altrettanto personale.
Come ha osservato Roberto Sanesi, Oppi immette nello spazio del quadro
"un viluppo di figure brulicanti, contorte, come investite da un
vento d'allucinata follia", figure impastate in un "informe
status psicologico nel quale "restano indistinguibili, organizzate
e insieme sollecitate in vischiosi arrovellati virtuosismi dinamici, sospinte
a una definizione, risucchiate in un groviglio magmatico.
Il trionfo di questa caleidoscopica cripto-figuratività lo vediamo, in
particolare, in un'opera del 1992, Materiali per un quadro,
che è una sorta di meditazione meta-pittorica sul lavoro dell'artista
e sul rapporto tra l'opera e la realtà.
Come da una fantasmagorica cornucopia, si squaderna agli occhi
dell'osservatore, con le sue luci e le sue ombre, un caotico frullato
di frammenti di tanti universi giustapposti od intrecciati (lacerti euclidei
trapiantati in un iperspazio), che nell'insieme sembrano quasi costituire
un'istantanea dell'Aleph borgesiano, di quel magico speculum
universale che sembra poter concentrare in un punto la cangiante
e multiforme varietà del Tutto, fatta di tutti i tempi e di tutti gli
spazi.
Tentando di adeguarsi alla stupefacente realtà da rappresentare, il discorso
si dirama in centomila rivoli che si intrecciano, si ricompongono, si
sfilacciano, si perdono nei labirinti della più aperta polisemia.
Ma qui si tratta di far entrare in un quadro l'Universo intero! Una simile
ambizione ci richiama l'ossessione del pittore Bahzad (di cui parla lo
scrittore tunisino Shams Nadir), il quale voleva riuscire a realizzare
un giorno il Capolavoro: una tela capace di racchiudere entro la propria
superficie dipinta, come in uno specchio addo-mesticato, la quintessenza
del reale, tutte le meraviglie del mondo e i suoi misteri, il segreto
della Rosa, la rive-lazione del Velo, l'evidenza della Verità.
Anche Oppi, con la sua consueta garbata ironia, vuole per lo meno provarci;
addirittura mette nel quadro anche sè stesso e la sua tela vuota, nel
mezzo del vortice di quella straordinaria varietà di materiali
che si dovrebbero trascegliere e fissare con il pennello. (Che l'impresa
sia sovrumana lo sa benissimo, tant'è che si fa assistere dal suo benefico
nome tutelare, misteriosa presenza alle sue spalle che vigila
e protegge come un angelo custode).
In definitiva, però, l'impresa è fallimentare: la realtà è troppo vasta
e complessa per essere compresa tutta in una tela, la quale non può catturarne
che un infinitesimo assaggio. (Parafrasando Montale, potremmo dire che
è pretesa assurda chiedere al pittore l'immagine che la squadri
da ogni lato). E' importante, però, capire che anche il poco può
rinviare al tanto (e, ancora di più, indirizzare al Tutto), che la finitezza
dell'opera d'arte rimanda ad una ricchezza che da essa trabocca e di gran
lunga la supera, che il vero valore ed il più profondo significato di
un quadro stanno al di fuori di una più o meno limitata superficie di
tela dipinta, nella ricchezza spirituale dell'artista che si fa conoscitore,
interprete e comunicatore del Mondo.
Pinuccio Castoldi - agosto 1997
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| Nel vento del surrealismo
Personalità inquieta,
del tutto aliena alle influenze delle mode, dallesperienza umana
ed intellettuale di molteplici curiosità, oltre che pittore è
operatore culturale nel campo delle comunicazioni di massa e promotore
di iniziative sui rapporti fra politica e cultura. Oppi ricorda sotto
certi aspetti lirriducibilità di altri artisti, il poeta
Emilio Villa e il narratore Guido Seborga. Oppi si accosta alla tematica
surrealista dopo una giovinezza come pittore figurativo, influenzato dallespressionismo,
nel tema delle crocefissioni soprattutto da Rouault. Linconscio
di Daniele Oppi si esprime visivamente con le infernali associazioni
di oggetti smembrati, cascami della civiltà postindustriale, scorie del
consumismo. Che tuttavia trovano contrapposizioni angeliche
nellapparizione della nave, una specie di arca di Noè o dellagnello,
simbolo di una natura innocente sacrificata a una tecnologia impazzita.
Lo smembramento delle forme, dal mondo geometrico ai frattali, reso ora
con campiture chiare, ora accese, alternanza di barocco caldo e barocco
freddo, è composto entro un reticolo di semi. la sua mano non si abbandona
mai al puro gesto: la rigorosità del disegno conferisce ordine allassociazione
delle immagini, speculari alle rovine dellodierno modo di produrre
e consumare, il colore non è mai fluttuante o a macchie. Oppi è artista
anomalo e singolare in un mercato dellarte dominato da un citazionismo
che spazia dal classicismo al dadaismo, dallastrattismo allespressionismo
fino al pop art, che non riesce a dissimulare lomologazione di linguaggi
e che naufraga in un logoro manierismo.
Franco Floreanini -
1993 |
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| Il labirinto dalle
mille uscite
E dai quadri di Daniele Oppi, che è sorta in me l'immagine/metafora
del labirinto dalle mille uscite. Via via che si penetra, infatti, in
queste ampie superfici zeppe di colore, ci si avvede -e forse non senza
sorpresa e stupore- che oltre lo specchio, per usare la straordinaria
invenzione di Lewis Carrol, scopriamo, con la sua Alice, tutto un universo,
un repertorio oggettuale imprevisto e imprevedibile: volti e nudi di donna,
paesaggi, alberature, squarci urbani, animali. Incasellati, incastonati
nell'insieme visivo, questi squarci di una realtà che
può apparire immediata, acquisiscono una nuova, diversa,
dimensione e rilevanza. Appaiono, emergono, come immagini ipnagogiche
nel torbido passare dalla veglia al sonno, o come squarci illuminati da
un lampo fugace nelle pur vive tenebre notturne di un cielo in tempesta,
proiettate su una ribalta, icastiche, incastonate -ovvero, viceversa,
fuse, diffuse- nel gioco di forme e di colori che le avviluppano. Ma,
in un caso come nell'altro, da qui, da queste figure, o scorci, da questa
improvvisa e inattesa imago mundi, si apre e dispiega, come un varco,
un deposito della memoria, una madeleine proustiana, una joyciana epifania,
entro l'intrico che la circonda e di cui è parte. E' un gioco sottile,
raffinato, che rende esplicito, in questa pittura, il modulo di un' opera
di pensiero che sempre, alla produzione artistica che non sia mero dilettantismo,
è sottesa.
Una pittura, perciò, che a me -ben lontano come sono dalle competenze
di un critico d'arte- appare fruibile non certo a prima vista, ma nel
silenzio e nella meditazione che sono insieme distanza e compresenza.
Vi si sente dentro, vi sento, lo stesso attivo silenzio dell'anima
di un complicato elaboratore elettronico: dal quale, appunto,
attendiamo che possa rispondere a una nostra domanda sospesa, che ci induca,
per vie sempre diverse, a esiti non forse supposti, ma possibili. Ignota
latebat: l'ignoto era soltanto nascosto, secondo l'espressione emblematica
di Giovan Battista Vico.
di Mario Spinella -
1990 |
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| Un pittore
a teatro
I paesaggi dellanimo, linquietudine adulta, una visionarietà
che scaturisce da una forte persuasione intellettuale...
Sono alcune delle definizioni, tra le tante, che i critici darte
hanno formulato in questi anni nei confronti della pittura di Daniele
Oppi. E davvero lo spettatore che vorrà soffermarsi un attimo di fronte
a queste sue immagini, esposte in un luogo così speciale come
è il foyer di questo teatro, potrà accorgersi di quanto e di come queste
definizioni siano pertinenti, assolutamente adatte allle mille sfaccettature
e alle mille suggestioni di questa sua straordinaria galleria di immagini.
Eppure, se ci lasciamo davvero penetrare dalla sensazioni che ci vengono
da queste opere, se le osserveremo proprio attentamente e senza pregiudizi,
abbandonando se possibile il nostro comune senso del vedere,
ci accorgeremmo anche che quelle definizioni sono in fondo ancora inadeguate,
ancora limitanti.
Lenergia pittorica di Oppi è tale infatti da diventare immediatamente,
senza filtri o traduzioni interpretative, qualcosa si può senzaltro
chiamare energia poetica.
Limmagine, in lui, si svolge subito in metafora, in trasfigurazione,
in dilatazione di significati e di allusioni. Non rappresenta qualcosa,
ma suggerisce. Non racconta, ma evoca gli ingredienti di ogni possibile
racconto. Diventa il luogo di inadute accumulazioni come per una alluvione
incredibile, come per una frana formidabile e moltiplicata di concetti,
di giudizi, di fantasticazioni, di emozioni e sentimenti che si concentrano
tutti in un solo momento, in un solo brano dipinto.
I suoi quadri sono compe una pila elettrica, come un accumulatore carico
di energia poetica pronta a scaricarsi su di noi per innescare lattenzione
distratta, per dar fuoco alla miccia del nostro immaginario.
Sono come i fumetti (e del resto delle strips hanno tutti i segni e colori,
tutto il ritmo concitato e la brulicante suggestione) o sono compe le
favole della nostra infanzia, tanto dense di verità ed insieme di ambiguità
da non essere mai dimenticate.
Tutto questo avviene (e se guardate con attenzione vedrete che avviene
davvero) se leggerete le sue opere come si legge una poesia, come si ascolta
una canzone, come si assiste ad una rappresentazione... e come si guarda
un quadro.
L eros e la morte, il dramma e la commedia, la meschinità e la grandiosità
della vita e poi la realtà e il suo sogno, lesistenza con i suoi
incubi e i suoi entusiasmi, con le sue utopie e le sue esileranti tragedie
sono tutti qui, in queste immagini invitate a teatro.
Giorgio Seveso - 1990
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| Daniele e il quadro
La tela non gli bastava mai. Finchè un giorno un veliero
incendiato scontrò larenile. E si incagliò bruciando.
E il quadro lo contenne.
Contenne limplosione e gli scoppi, la paura e i colori. Loceano
baciante il cielo, dalla riva era sereno, infinito come un desiderio.
Larrovellarsi delle vele e il crepitio dei legni per il fuoco,
colmavano un silenzio assordante in tutta la plaga.
Vennero genti a teatro e trepidanti rimasero ritte
contro il disastro. Non entrarono nella scena
perché restarono a distanza di sicurezza,
ma accolsero i marinai naufraghi del veliero.
Piero Fabbri - 1989
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Linquietudine
adulta
Arturo Martini si entusiasmava per la fluida plasticità degli Etruschi.
Diceva che "facevano le statue come le nostre donne fanno i ravioli".
Daniele Oppi, artista polimorfo che vive al "Guado" di Induno,
potrebbe fare ravioli a bizzeffe.
Li farebbe piccanti e gustevoli, belli da vedere, secondo la sua effervescenza
mentale, la sua memoria inventiva degna dell'innocente parabola che è:
e li farebbe diversi e conseguenti, attraverso il suo continuo proporre,
suggerire: vedere, secondo la sua effervescenza mentale, la sua memoria
inventiva degna dell'innocente parabola che è: e li farebbe diversi
e conseguenti, attraverso il suo continuo proporre, suggerire: stimolare,
attraverso la sua generosità stimolare, attraverso la sua generosità
senza corrispettivi. Invece, no. Oppi fa una pittura inquieta e puntuta,
ventosa, brulicante, di chiave surreale, di ardua suggestione, mai didascalica;
icastica, gnomica semmai, in certi obblighi di lettura morale. Sdegnoso
d'ipocrisie, di volgarità, di meschinerie, pronto a saltare in
groppa all'impeto più nobile.
Oppi si spende civilmente mai astenendosi, per coscienza, da interpretazioni
personali, da congiure-contro, da "sopraffazioni" sul tema,
dal vincolo di fare una pittura "altra".
E' il gran gioco del "non essere", oppure -se mi si lascia parafrasare
Kundera- è quello di una "insostenibile leggerezza dell'essere",
è l'omologazione in negativo, la ricerca di una diversità
consolante ancorché ingannevole e precaria. L'ordine dialettico,
nel pittore, e la sua intelligenza turbata sottendono il candore perverso
della vita e, insieme, l'abbandono e una consolazione sfiorata senza sussulti.
L'opera di Daniele Oppi è celebrazione di una salute spirituale
faticosamente conquistata. Non s'imparrucca mai in lezione. Schiva le
etichette come la volpe le trappole. Una pittura di segmenti forti che
si piantano nel quadro come in una liquorosità diffusa, una specie
di acqua di nausea, la quale ha il tono e il canto di un antico lamento.
Mentre la bellezza dell'allusione s'intrufola nella sintassi figurale,
la invade: una fermentazione minuta, frantumata, paragonabile ad un basso-fondo
dickensiano, dove la miseria, l'immoralità, la malattia, la follia
non escludevano la gaiezza o, quanto meno, il sogghigno.
Pittura come registrazione di intimi trasalimenti. La materia stessa sembra
emulsionata da un ritmo che esprime un'urgenza emotiva mentre, collateralmente,
da un'idea di sé come presenza fragile e mutevole: inseguita, analizzata
sulla tela fino agli ultimi ritocchi. Più che imporre una forma,
l'artista si mette "in ascolto" della materia e ne annota le
metamorfosi. I risultati sono ombre lunari, sono vortici spettrali, lividi
cataclismi, o enormi clessidre, virtuali e impazzite, che ingoiano il
plancton dei piccoli uomini. Pensate a un Bosch, il quale abbia scoperto
i fumetti e laeroplano. Pensate a Goya che, a una sfilata di moda,
graffia i capricci con una penna a sfera. E ad Armani che
li compra.
Pensate (suggerisco alla svelta) a un tenebroso Füssli di tentazioni televisive:
a un William Blake come atleta di utopie, gonfiato dagli estrogeni; ad
una sorta di catalogo ensoriano, di strabiliante impronta grottesca, diluito,
sparso, seminato in continuità nelle occasioni del dipingere. A
un William Hogarth che, disegnando, assiste alla partita di calcio. Al
greco Savinio, degradato dai miti dellOlimpo a quelli del mercato
rionale. Pensate a un Masson più denso, a un Matta egualmente astrale,
ma più spigoloso, sfaccettato, rotto e discontinuo, più
povero. Pensate a una forma di minaccioso allarme catalano,
avvolgente, con un embrione di Dalì fermo al palo, sempre sollecitato,
sempre rifiutato. Pensate alle architetture organiche di un Gaudì comprate
di seconda mano.
Tutto questo, e altro ancora, alita per grandi orbite sullofficina
dellartista, senza che Oppi se ne dia pensiero. Una matassa profanissima
di stelle filanti, grovigliosa, incombe sul suo carnevale di dolori, trascinando
folate estreme di vecchio incenso sconsacrato. Non si fa fatica a parlare
di visioni dun occhio malvagio che convergono per talento, e vi
si cristallizzano, in quel luogo di meraviglie che è la tela: autentica,
sofisticata Wunderkammer, o gabinetto di curiosità, proprio
perché, qui, è stanza delle torture.
Da dove sguscia un Oppi? Viene fuori da una carriera a rimbalzi,
che contiene trionfi dAmerica e una serie di negazioni governate
in prima persona; che rispecchia attività ramificate, tentacolari, trasgressive,
e meditazioni sullacqua. Parabola (o iperbole?) di un artista che,
milanese, colto, di famiglia dorata, aveva capito subito che larte
vive di domande e muore di risposte. Nel suo corpo a corpo contro la noia,
aveva violato le attese, catturando e vivificando le istanze sociali che
oggi lo scaldano. Così come aveva fissato negli stupori e negli incanti
dellinfanzia il nucleo mitico da condividere con linterlocutore,
con lantagonista del momento, per chiedergli quella temporanea sospensione
dincredulità che apre le strade alle avventure dellarte.
Importa, lo fa capire, essere criticamente soddisfatti della propria vita
quando viene il tempo dei consuntivi. Altri apparirebbe vittima di un
rimorso prigioniero: unangoscia che è imponente, o meglio riluttante,
se non a liberarsi sottovoce. Oppi, no. Ma forse, sotto il segno delle
sue estasi e dei suoi disinganni, Oppi è una forza della natura
che entra a mani basse nella cultura, e la disturba e la mette alle strette.
Non per vana tra-cotanza o per terrorismo ideale, è evidente, ma
per desiderio di innocenza e, parallelamente, di efficacia vitale.
Il suo dramma del fare esprime in-quietudine delle cose che pulsano; però
la tensione che le sta sopra è adulta, e dunque temperata, e dunque
attiva. Non la chiamerei neanche dinamismo, ma più positivamente,
energia.
Luciano Prada - 1988 |
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